Lanzo T.se

Provincia di Torino
Abitanti 5217
Superficie
kmq 10,37
Altitudine
m 515

Denominazione abitanti:
Lanzesi

Festa patronale:
Sant'Anna, San Genesio

Distanza da Torino:
km 30

Frazioni e località
Margaula, Oviglia

Comuni limitrofi

Balangero, Cafasse, Germagnano, Pessinetto, Monastero di Lanzo, Coassolo T.se
Indirizzo Internet
http://www.comune.lanzotorinese.to.it

L'antico centro delle "valli di Mathi"
L'antico comune di Lanzo sorge ai piedi del Monte Buriasco (metri 540) alla confluenza del Tesso con la Stura, al centro delle tre valli che da esso prendono il nome: è località importante fin dal Medioevo, sede di industrie tessili e meccaniche e sito di villeggiatura estiva.

Il toponimo compare per la prima volta in un documento del 1159 con la forma "de Lancio", ma lo si trova, in seguito, anche in altre varianti (Lanzeus, Lanz, Lancionum, Lanceum). È tradizione far derivare questo nome dalla forma allungata, a lancia, che aveva il tettorio, ma la ricorrenza di toponimi analoghi, anche in Francia (nella forma Lans), rendono questa ipotesi poco accettabile. Non si conosce quale origine abbia avugo il borgo originario, e di Lanzo ai tempi dei romani non si hanno notizie, anche se la sua posizione eminentemente strategica a dominio delle tre valli potrebbe far pensare a un insediamento precedente.

E noto che le valli, dopo la conquista longobarda, divennero domini dei re Borgognoni fra il 675 e il 773 anno della discesa in italia di Carlomagno, il quale aggregò le valli alla contea di Torino. Nel secolo X esse subirono, insieme alla valle di Susa, le incursioni di saraceni e ungari, la cui definitiva cacciata si deve probabilmente ad Arduino Glabrione, marchese di Torino. Il nipote di costui, Olderico Manfredi, ottenne, in cambio dell'aiuto prestato all' imperatore Ottone III nella conquista di Roma, la conferma dei suoi vasti domini, fra cui si fa cenno alle valli di Mathi (che corrispondevano grosso modo alle attuali valli di Lanzo).

Alla sua morte l'autorità marchionale si trasmise alla figlia Adelaide, la quale, nel 1047, sposò in terze nozze Oddone di Savoia, figlio del fondatore della dinastia, portandogli in dote Torino con i territori annessi. Intanto il potere vescovile prendeva sempre più vigore, specialmente in seguito alle grandi dotazioni e cessioni di proprietà che venivano effettuate alle chiese e ai monasteri. Dalla morte della contessa Adelai de, avvenuta nel 1091, fino alla metà del 1200, le valli di Lanzo furono soggette, direttamente o virtualmente, ai vescovi di Torino, i quali peraltro riconoscevano l'alta sovranità di casa Savoia.

Il primo documento in cui si fa esplicito riferimento alla località di Lanzo è quel famoso diploma di Occimiano del 26 gennaio 1159, con cui i imperatore Federico Barbarossa confermò al vescovo di Torino Carlo I il possesso della terra di Lanzo.
Secondo il Casalis risale allo stesso periodo la prima costruzione del castello, che all'epoca doveva essere tenuto da alcuni castellani in nome dei conti di Savoia, oppure del vescovo.
Secondo l'Usseglio, invece, il castello doveva essere di proprietà di una "consortena di nobili" che ne avevano avuta investitura dalla mensa vescovile. Dell'esistenza di questa società nobiliare è prova anche il documento con cui Giacomo, vescovo di Torino, concesse in beneficio ai signori di Lanzo Abbone, Romeo Giovanni e Giacomo figlio di Bertoldo, di tenere un mercato nel paese ogni martedì riservandosene la terza parte.

Intanto si svolsero, con alterne vicende, le lotte dei Savoia per la riconquista del primato su Torino. Le guerre tra guelfi e ghibellini videro schierati Torino, guelfa, e i suoi confederati da una parte e Tommaso I di Savoia, ghibellino, dall'altra. Quando questi morì, nel 1233, gli successe il figlio Amedeo IV.
Assai più desideroso di pace del padre, egli concluse la pace con Torino e i suoi alleati, Moncalieri e Pinerolo, nel 1235: nell'accordo vi era anche una clausola con cui si stabiliva che il vescovo conservava ogni diritto sul castello di Lanzo di cui investì il conte di Savoia. Ma questa clausola dovette restare lettera morta, se dieci anni più tardi i signori di Lanzo giuravano nuovamente fedeltà al vescovo di Torino. Nello stesso anno Enzo, figlio naturale dell'imperatore Federico II, scese in Piemonte per sostenere la causa imperiale contro le città consociatesi nella Lega lombarda, invece del castello di Lanzo alcuni borghesi del luogo, di parte ghibellina, e affidò la custodia del castello al principe Tommaso II, fratello di Amedeo IV e capostipite del ramo dei Savoia-Acaia, come vicario imperiale.

L'abilità di Tommaso II si esplicò nel destreggiarsi fra il papa Innocenzo IV e l'imperatore Federico II, ottenendo dal primo favori e riconoscimenti in funzione antiimperiale, e dal secondo la concessione di vaste signorie in Piemonte, fra le quali quella di Lanzo negli anni 1248-49. Federico prometteva altresì di riscattare la proprietà di Lanzo dai signori che lo detenevano in quel momento e concedeva a Tommaso di. fortificare il luogo come meglio egli credesse. Alla morte di Federico II (1250) riprese il sopravvento dei guelfi, e si riaccesero le pretese del vescovo di Torino Arborio, che si era visto spogliare di parte dei suoi domini in favore di Tommaso.

Anche in quest'occasione il conte di Savoia ottenne l'appoggio del papa di cui aveva sposato la nipote, Beatrice Fieschi, che ingiunse al vescovo di accettare lo stato di cose; ottenne pure la protezione di Guglielmo d'Olanda, creato dallo stesso papa re dei romani, il quale lo riconobbe signore delle valli.
In seguito Tommaso fece dono del castello di Lanzo al fratello Amedeo IV del ramo principale dei Savoia, come suo signore e sovrano, e ne ebbe da lui l'investitura nel 1252. Quattro anni più tardi, in seguito alla sventurata guerra contro gli astigiani in cui Tommaso fu fatto prigioniero, Guglielmo VII del Monferrato s'impadronì del territorio compreso fra le due Dore, che includeva anche il castello di Lanzo. Secondo il Cibrario, dopo la caduta del marchese Guglielmo, Lanzo sarebbe tornata ai Savoia, ma questa versione dei fatti non è corredata da documenti.

Certo è che, nel 1296, la figlia di Amedeo V, Margherita, andava sposa a Giovanni marchese del Monferrato il quale le faceva donazione di un'ipoteca di lire trentamila sui castelli di Lanzo, Ciriè e Caselle.

Il marchesato di Margherita
Alla morte del marchese, avvenuta nel 1305, Margherita, che non aveva eredi, si trovò signora di un piccolo stato del quale aveva anche la giurisdizione e il governo, e che affidò in gran parte al padre Amedeo V.
Intanto, in attesa di Teodoro Paleologo, successore del marchese mandato a chiamare da Costantinopoli, nuove guerre si accesero: Filippo d'Acaia occupò le terre della Stura e le basse valli dominio dei Baratonia, non giungendo però fino a Lanzo. Il 14 marzo 1305 il consiglio del Monferrato, presieduto da Manfredo di Saluzzo, assegnò a Margherita le castellanie di Lanzo, Ciriè e Caselle, riservando il diritto di riscattarle mediante il pagamento delle trentamila lire donate e da quel giorno la marchesa prese a considerarsi come la sola e vera signora del luogo.

A questo punto il vescovo di Torino Tedisio cercò di rivendicare gli antichi diritti, lanciando un interdetto su Lanzo e i suoi abitanti. La contesa fu composta nel 1309 tramite un accordo con cui il vescovo cedeva i suoi diritti temporali su Lanzo e valli, ricevendone in cambio le decime delle parrocchie di Lanzo, Usseglio, Ala e altri paesi.

Nel 1313 fu convenuto tra Filippo d' Acaia e Amedeo V di Savoia che, mentre Lanzo doveva restare dominio del ramo principale della casa, Viù con la sua valle sarebbe stata possesso degli Acaia i quali, in seguito, cedettero quelle terre mediante compenso ad Amedeo VI. Nel 1347 durante l'imperversare in Piemonte della guerra fra i Savoia, gli Acaia, il Monferrato, Saluzzo e Milano, il castello di Lanzo si dotò di nuove armi di difesa: a questo riguardo fu la stessa Margherita che, preoccupata per l'integrità del suo piccolo dominio, ordinò per la fortezza di Lanzo quattro piccoli cannoni atti a lanciare sassi o palle di piombo. Questi "schioppi", fabbricati da tal Ugolino di Chatillon, furono tra le prime armi a polvere prodotte in Piemonte. Ai mali della guerra che si combatteva a poca distanza da Lanzo, si aggiunse presto la pestilenza che negli anni 1348-49 devastò non solo il Piemonte ma tutta l'Italia e l'Europa. Il lungo strascico di questo flagello è testimoniato dai conti della castellania ancora parecchi anni dopo, con la diminuzione di redditi seguita alla forte moda della popolazione.

Gli statuti e la castellania
La marchesa Margherita è passata alla storia per i suoi statuti, ossia la carta con cui concesse agli abitanti di Lanzo una serie di libertà e franchigie concernenti il diritto di proprietà e il commercio, molto avanzate rispetto a quelle vigenti in altri comuni del Piemonte. Alla morte di Margherita, avvenuta nel 1349, Amedeo VI, dichiarando d'imitar l'esempio dell'avo e della zia, confermò le franchigie contenute nella carta. Come tutti gli statuti dell'epoca, essi contengono una parte finanziaria, una giuridica (legislazione civile e penale) e una parte riguardante le procedure civile e penale. Fra i privilegi previsti per gli abitanti della castellania ci fu la "credenza", ossia il riconoscimento del consiglio comunale quale organo competente a promulgare ordini esecutivi, estensibili a tutta la castellania qualora non offendessero le consuetudini locali.
Inoltre i lanzesi erano esonerati dal prestar servizio nelle guerre al di là dei monti, mentre erano obbligati a servire il conte di Savoia quando si trattava di difendere lo stato, e per un solo mese se la guerra era offensiva.
Nel suo "Studio storico", l'Usseglio riferisce che il conte non poteva imporre taglia agli abitanti di Lanzo, i quali potevano ereditare per testamento, senza restrizioni e secondo il diritto comune; essi potevano altresì vendere, donare, permutare, ipotecare i beni che avevano avuto in enfiteasi dai Savoia, senza pagare la tassa chiamata "lande-mio".

Molto diversi erano invece i doveri e i diritti degli abitanti che 'vivevano fuori dal centro della castellania. Essi erano tenuti a pagare la taglia e una tassa personale (denominata "fodro"), non potevano succedere fra ascendenti e discendenti; erano obbligati a prestar servizio personale per il miglioramento delle fortificazioni del castello di Lanzo, nonché a fare a turno la guardia notturna al medesimo. Da questa diversità di trattamento nacquero spesso contese e discordie fra valligiani e lanzesi.
I conti di Savoia avevano il dominio diretto della castellania, che governavano per mezzo di un castellano a Lanzo, e di un podestà a Lemie che, con Forno ed Usseglio, faceva parte della stessa castellania. Le attribuzioni del castellano erano molteplici: egli provvedeva alla riscossione delle entrate appartenenti al conte (che consistevano nella devoluzioe di beni, in censi annni percepiti in natura o in denaro, nei "laudemi" e nel "fodro", e in vari diritti, come per esempio quelli sulla macellazione, sul pascolo per le bestie forestiere, sulle miniere, sulla caccia, sulle macine e nei fitti delle alpi, nonché nelle pene pecuniarie), e all' amministrazione della giustizia, cosa che poteva fare sia da solo sia con il consiglio dei savi, ovvero per mezzo del giudice, a seconda dei casi.

Tale amministrazione migliorò con gli statuti in quanto essi ponevano un freno agli abusi dei castellani.

Le lotte tra i Savoia e gli Acaia
A metà del secolo XIV si riacutizzarono le lotte fra i Savoia e il ramo degli Acaia: Amedeo VI assediò Balangero che era fedele a Jacopo d'Acaia e mandò 41 prigionieri nel castello di Lanzo; qualche anno dopo questo episodio, nel 1361, in occasione della guerra scoppiata fra i Savoia e i marchesi del Monferrato, il Conte Verde fu nuovamente a Lanzo per difenderla dagli attacchi di una compagnia di ventura spalleggiata dagli stessi marchesi. Lanzo fu saccheggiata e il suo castello accerchiato, mentre il conte, con la nobiltà che l'accompagnava, dovette pagare un forte riscatto per aver salva la vita e riacquistare la libertà. Solo nel 1418, alla morte dell'ultimo principe del ramo degli Acaia, il duca di Savoia riprese il dominio sull'antico territorio, cui da allora si diede il nome di terra vetus.

Delle guerre condotte da Amedeo VIII contro i Visconti e poi contro i marchesi del Monferrato, Lanzo non risentì: si trova tuttavia traccia di quest'ultimo avvenimento perché, oltre al fatto che il comune dovette concedere un dono per sostenere l'esercito, un lanzese, tal Giovanni Archatore, "stava per lancia nell'esercito che mosse contro Monferrato". Sotto il dominio di Amedeo VIII, il borgo di Lanzo fu colpito tre volte da epidemie di peste: i documenti testimoniano che a quel tempo esisteva in paese un ospedale.

La dominazione francese
Nel Cinquecento, nell'ambito della lunga lotta tra Francesco I e Carlo V, il Piemonte fu dilaniato dalle scorrerie degli eserciti francese e spagnolo. Il conte di Savoia Carlo III, stretto dalle armi dei contendenti che occuparono lo stato e pressato dal bisogno di denaro, vendette la castellania di Lanzo al suo creditore Giacomo de' Medici, il quale fece fortificare il castello e, abbattuta la chiesa parrocchiale, compì diverse altre opere di pubblico interesse. Intanto i francesi occupavano le vallate e giunsero a Lanzo nel 1543: ovunque i valligiani dovettero giurare fedeltà al monarca francese.
Con la pace di Crépy (1544), i francesi sgomberarono i territori occupati e a Lanzo tornò il de' Medici, il quale però vi rimase soltanto due anni, avendo gli abitanti della valle, che non lo avevano mai visto di buon occhio, pagato un riscatto in cambio di poche concessioni e della promessa sovrana che la castellania non sarebbe più stata venduta a feudatari. Al suo posto il duca di Savoia mandò come castellano Giacomo Provana.

Alla ripresa della lotta tra Francia e Spagna, nel 1551 il borgo di Lanzo, che era considerato una delle fortezze più importanti del Piemonte, fu subito assalito ed espugnato. In un secondo momento il castello fu bombardato dal Brissac, che aveva fatto issare alcuni pezzi di artiglieria sul Mombasso: ben presto fu innalzata la bandiera bianca e il Provana cedette la fortezza ai vincitori.
Durante la dominazione francese che ne seguì la popolazione delle valli fu sottoposta ad avvilenti spoliazioni e taglieggiamenti per provvedere uomini, armi e denaro al maresciallo Brissac che continuava la guerra contro gli spagnoli. Inoltre il castellano francese, De Connaz, volle che si radesse al suolo il castello, temendo che una volta restaurato esso potesse servire di difesa al borgo e alle altre valli. La distruzione fu attuata fra il 1556 e il 1557. Due anni dopo Emanuele Filiberto otteneva con la pace di Cateau-Cambrésis di riprendere possesso dei suoi territori.

La restaurazione dello stato sabaudo e gli estensi
Una volta partiti i francesi, il duca si adoperò per riordinare i suoi stati, introducendo varie riforme. Fra le altre egli operò un cambiamento delle antiche circoscrizioni, unendo Lanzo alla provincia d'Ivrea, di cui era prefetto Aleramo Provana.

Per ristabilire le finanze dissestate, Emanuele Filiberto ricorse a un aumento del prezzo del sale per gli abitanti della castellanie i quali accettarono tale aumento. In un secondo tempo, quando si decise di imporre loro una tassa di duecentomila scudi annui per rimettere in piedi l'esercito, i lanzesi insorsero esponendo al principe le gravi condizioni in cui versava l'economia della valle già povera di per sé, e supplicandolo di limitare le imposte alla tassa sul sale. Ma, secondo il racconto dell'Usseglio, appreso che Avigliana si era accordata con il duca su questo punto, accettarono la nuova imposta, ottenendo però in cambio una serie di condizioni: la conferma di tutti i loro antichi privilegi, la fissazione del prezzo del sale e, soprattutto, il distacco dalla prefettura d'Ivrea. Inoltre il duca promise che la tassa si sarebbe pagata solo per sette anni, ma essa fu consolidata, malgrado le reiterate richieste dei valligiani perché fosse sospesa l'esazione o diminuita la cifra. Nel 1577 Emanuele Filiberto concesse Lanzo con il castello e le altre terre della valle, escluse Lemie e Usseglio, al genero, Filippo d'Este, in cambio della signoria di Crevacuore, che gli era stata data precedentemente quale dote della figlia naturale Moana, e ciò malgrado le proteste dei lanzesi che rivendicarono in quella occasione la promessa fatta loro da Carlo III.

Lanzo, eretta a marchesato, perdette così la sua autonomia di terra direttamente dipendente dai Savoia e sulla vecchia torre del comune furono poste le anni dei nuovi signori.

Per gli estensi Lanzo non era tanto uno stato da
governare, quanto un podere da sfruittare: essi non vi presero mai residenza e nessun rapporto o legame che non fosse quello puramente economico li legò mai agli abitanti delle valli.

La loro politica portò però a una graduale perdita d'importanza del comune rispetto alle valli. Fra i diversi provvedimenti che essi presero in tal senso basta ricordare quel contratto stipulato nel 1621 da Sigismondo, succeduto al padre Filippo, con i comuni delle valli in cui, fra le numerose concessioni fatte, questi ottennero di essere esentati dalla giurisdizione dei giudici ordinari di Lanzo e del viceauditore, mentre a rendere giustizia vennero deputati due castellani, uno a Coassolo e uno a Ceres. Inoltre agli abitanti delle valli fu riconosciuto di non pagare più pedaggi o altre imposizioni, e fu accordato il permesso di costruire una strada per arrivare al Ponte del Roc, senza passare per Lanzo.

Alla morte di Sigismondo d'Este (1628) gli successe il figlio Filippo Francesco il quale sposò Margherita, figlia naturale del duca Carlo Emanuele I.
La nuova marchesa di Lanzo portò in dote il marchesato di Dronero; dalla loro unione nacquero Sigismondo, che successe al padre come marchese di Lanzo nel 1653, e Carlo Filiberto che ereditò Dronero; dalla loro unione nacquero Sigismondo, che successe al padre come marchese di Lanzo nel 1653, e Carlo Filiberto che ereditò Dronero. Sigismondo fu spogliato del titolo di marchese di Lanzo da Vittorio Amedeo II; egli sposò Maria Teresa Grimaldi ed ebbe molti figli; la sua lunga vita terminò a Parma nel 1732. L'editto con cui Vittorio Amedeo lI dichiarò nulle le investiture e le concessioni di feudi fatte a titolo
gratuito e stabili per certi feudi il diritto di riscatto è del 1720.

Esso prevedeva un effetto retroattivo della legge: il fisco rivendicò quindi diritti sul feudo di Lanzo e, poiché il marchese Sigismondo riluttava a sottomettersi a tale editto, una sentenza camerale del 24 luglio 1723 gli ingiunse di dismettere il feudo mediante un 'indennità. In seguito alla sentenza si ordinò la riduzione del feudo a mano regia, cosa che si attuò nel settembre dello stesso anno. Il primo luglio del 1725, il feudo fu acquistato dal conte Giuseppe Ottaviano Cacherano Osasco della Rocca, il quale ne fu investito di lì a poco. Alla morte del conte, avvenuta nel 1773, esso fu ereditato per testamento dal suo cugino Giovanni Giuseppe Cacherano di Revigliasco, e infine, estintosi anche questi nel 1792, senza eredi, il feudo fu ridotto nuovamente a mano regia. Durante il Sei e il Settecento la storia di Lanzo non ha particolari episodi da ricordare, se non il fatto che gli abitanti furono più volte sottoposti ad aggravi fiscali per sostenere le guerre contro la Francia. I francesi del resto, sebbene minacciassero l'invasione, furono tenuti sempre lontani dalle valli e di alcune loro incursioni avvenute più volte nell'anno 1705 vi è notizia solo in una cronaca dei Cappuccini.

Dalla rivoluzione francese ai giorni nostri
Con la Rivoluzione francese anche Lanzo e le sue valli furono scosse dal fremito della libertà e dell'uguaglianza. Tornarono gli eserciti invasori. Se i primi fatti d'arme lungo la frontiera furono episodi di poca importanza, quando, nel 1796, giunse l'esercito guidato dal Bonaparte, la vittoria sul Piemonte fu invece inevitabile. Nel 1798 Carlo Emanuele IV, succeduto a Vittorio Amedeo III, decise di abbandonare Torino per la Sardegna, lasciando libero campo agli invasori. In tutti i comuni del Piemonte si innalzavano alberi della libertà e anche Lanzo ebbe il suo. Durante l'occupazione austro-russa del Suvarow a Lanzo fu mandato un cospicuo distaccamento che vi rimase fra il 1799 e il 1800. Quando poi, dopo Marengo, il Piemonte ritornò sotto il dominio francese per restarvi fino al 1814, Lanzo divenne dapprima capolugo di arrondissement, e in un secondo momento fu ridotto a capo distretto. La trasformazione di Lanzo da centro agricolo a cittadina di richiamo turistico per i torinesi è della seconda metà dell'Ottocento, quando eleganti residenze di villeggiatura iniziarono a sorgere nei suoi dintorni.

Nel 1876 fu inaugurata la ferrovia che metteva in collegamento Ciriè e Lanzo con Torino e all'incirca alla stessa epoca, furonono piantate le prime industrie tessili che diedero lavoro a centinaia di operai, richiamati da tutte le valli. La maggiore crescita di popolazione si è verificata a cavallo fra Otto e Novecento, quando gli abitanti passarono dai 2625 del 1871 a 4759 del 1931.

L'arte

La storica cittadina ha mantenuto in parte il suo impianto medioevale, formata com'è, nel suo antico centro, da strette e tortuose viuzze (le "chintane"), talvolta sormontate da archi, ovvero da volte che sembrano fare corpo con le costruzioni laterali. Arrivando da Torino si attraversa il torrente Tesso con un ponte a un solo arco iniziato nel 1823 su disegno dell'architetto Mosca.

In prossimità del ponte si trova la Chiesa di Santa Croce. Edificata nel XVII secolo e più volte rimaneggiata, essa reca sulle pareti esterne fregi in cotto e tracce di affreschi. Proseguendo sulla strada che dal ponte conduce all'antico borgo, si giunge alla Torre che sovrasta il centro storico e ospita la campana del comune: non si conosce la data di costruzione, ma sembra che esistesse già nel 1272. È probabile che essa fosse originariamente inglobata nelle antiche mura fortificate che cingevano il borgo e di cui costituiva un accesso.

La sommità della torre è attualmente ricoperta da un tetto che impedisce la vista dei suoi merli. La prima torre ingloba la Porta di Aimone di Challant, che immette nella via San Giovanni Bosco. Ivi sono presenti diversi edifici di interesse storico: uno di essi ospita la Biblioteca civica e l'Archivio storico. Al numero 28 sorge l'Ospedale mauriziano, fondato nel 1769 dal marchese e modificato nel corso dell'Ottocento dall'architetto Carlo Bernardo Mosca.

In piazza Albert, dove un tempo sorgeva il castello, si trovano da un lato la chiesa parrocchiale, e dall'altro il Collegio salesiano. La vecchia chiesa parrocchiale di Lanzo fu fatta abbattere, come si è detto, da Giacomo de' Medici nel 1543, al suo posto fu utilizzata la Chiesa di Santa Maria, che fu rovinata da un incendio nel 1565.

Quando il castello fu demolito dalle fondamenta, una seconda parrocchiale fu costruita sul sito stesso della precedente e venne inaugurata al pubblico nel 1591. All'inizio dell'Ottocento si decise di sostituire questa chiesa con un'altra più ampia ed elegante.

L'attuale Parrocchiale di San Pietro in Vincoli fu edificata grazie alle offerte dei fedeli e grazie all'opera gratuita degli abitanti. Al vicario Francesco Togna si deve la grandiosa canonica, mentre il vicario Albert si occupò dell'ampliamento del tempio e della costruzione della facciata. Il campanile fu fatto costruire alla fine del secolo dal vicario Tresso.


Nella chiesa è conservato un quadro, di proprietà del Municipio, raffigurante San Francesco stimmatizzato, opera di Carlo Saraceni detto il Veneziano. La tela fu eseguita a Roma per conto di Bartolomeo Bonesio, celebre lanzese che fu cameriere segreto di Papa Clemente VIII e che, tornato nelle sue valli nel 1605 fece opera di beneficenza ai suoi compaesani, donando, fra l'altro, il dipinto ai padri cappuccini.

L'antico Ponte del Roch o del Diavolo sulla Stura unisce i fianchi del Monte Buriasco e del Mombasso ed è assunto a simbolo di Lanzo; anticamente vi passava la mulattiera che portava a Torino. Il ponte, il cui ardito profilo ad arco gotico si eleva di quindici metri sul livello del fiume, fu costruito su decisione della Credenza di Lanzo del gennaio 1377; per poterne sostenere le spese fu imposta una tassa sul vino che si protrasse per dieci anni. A metà dello stretto camminamento si erge un' arcata: qui in epoca medioevale si trovava una porta custodita da una sentinella, che veniva chiusa in tempi di guerra e di pestilenza. Numerose sono le leggende, la più famosa delle quali resta però quella secondo cui a costruire il ponte in una sola notte fu il diavolo in persona, in cambio del sacrificio di un'anima.

Sulla strada per Coassolo si trova il Santuario della Madonna di Loreto, fondato nel 1618 da Margherita di Savoia, figlia legittimata del duca Carlo Emanuele I: il disegno della cappella richiama la casa di Loreto dove avvenne il miracolo dell'apparizione, la sua architettura risulta ornata secondo i più semplici dettami del gusto barocco. Oltrepassato il santuario, al bivio successivo si volta a sinistra per raggiungere il Santuario di Sant'Ignazio, situato sulla vetta del monte Bastia (metri 931), cui si può arrivare anche da Pessinetto per una strada più agevole. Sul sito dell'attuale edificio, al quale si giunge percorrendo un ampio viale, esisteva fin dal 1629 una piccola cappella dedicata al santo, ritenuto autore di molti miracoli. Essa sorse in segno di riconoscenza per la prodigiosa sparizione di una terribile malattia del bestiame (il "nei-ret"), dietro esortazione del sacerdote Giovan Battista Teppati. A collocare la prima pietra del piccolo santuario giunse lassù, invitata da Filippo 11 signore di Lanzo, Margherita di Savoia, duchessa di Mantova e Monferrato. L'attuale imponente edificio fu costruito su disegno del Vittone (1725) con il concorso degli abitanti di Mezzenile, Gisola e Tortore.

Nel santuario, insieme a diversi quadri raffiguranti Sant 'Ignazio in pose eroiche e a varie effigi di San Carlo Borromeo, si segnala per la sua buona fattura una tela di autore ignoto raffigurante Il miracolo di Sant'Ignazio, che fu donata dai gesuiti nel 1657. Con la soppressione dell'ordine avvenuta nel 1773, il santuario passò all'arcivescovo di Torino.

Fino al 1950 esso era affidato al Convitto della Consolata di Torino che nei mesi estivi teneva esercizi spirituali per il clero e per il laicato. Una targa rende noto che Massimo d'Azeglio, mandato qui dal padre, fu ospite per qualche tempo del santuario. L'originale pianta è incentrata su un quadrato coperto da una volta a vela.
Degni di nota sono l'altar maggiore, progettata anch'esso dal Vittone, e quattro confessionali intagliati del Seicento.
Tuttora vi si svolgono soggiorni estivi di religiosi.

Poco prima di Lanzo per chi arriva da Balangero inizia la strada che porta all'Eremo dei Camaldolesi sul "monte Rorea" (metri 535).

Fondato nel 1661 dal marchese Gaspare Graneri della Rocca, con l'originaria idea di costruirvi un cenobio benedettino, l'eremo fu donato all'ordine camaldolese. Il complesso doveva essere composto, nell'idea del donatore, da una chiesa e da una serie di celle che dovevano ospitare i religiosi. Il progetto era talmente affascinante che fu incluso in una delle tavole del "Theatrum Sabaudiae" (in luogo dell'Eremo camaldolese ideato per iniziativa ducale sulla collina tra Cavoretto e Revigliasco da Ascanio Vittozzi). In realtà esso non fu mai completato e le celle furono soltanto iniziate, mentre altre opere vennero lasciate in sospeso. Il disegno della chiesa e di tutti gli edifici annessi fu affidato all'architetto Francesco Lanfranchi, che lo realizzò guardando soprattutto alla simmetria: la collina, afferma il Cavallari Murat, fu "tutta rimodellata geometricamente secondo un ideale classicistico e antinaturalistico", in cui la posizione di ogni singola costruzione veniva ad assumere un valore simbolico. La pianta della chiesa, originariamente a croce greca, fu modificata in croce latina da Benedetto Alfieri nel 1751; nel rifare il Sancta Sanctorum e il coro si poté altresì aggiungere, nel 1762, un altare, su idea di Nicolis di Robilant. Le decorazioni della facciata e dell'interno sono opera degli stuccatori Antonio e Francesco luganesi Avanzini, attivi nella seconda metà del
Seicento.

La facciata presenta tre ordini: il primo è semplice, in stile dorico toscano, il secondo è ornato da lesene che terminano in capitelli a dadi con rosoni, e il terzo ha lesene più brevi alla cui sommità sono teste di cherubini dalle ali ripiegate all' indietro e sovrapposte. All'interno si conserva una tela di Giovanni Francesco Sacchetti dal titolo I santi Romualdo e Bonifacio, dipinta fra il 1663 e il 1675.

Dal momento della soppressione dell'ordine (1836), l'eremo subì una lunga serie di passaggi di proprietà fino a quando, nel 1918, fu acquistato dalla Croce Rossa, che ne fece un cronicario per i reduci di guerra.

Testi e immagini tratti dall'opera enciclopedica
"IL PIEMONTE PAESE PER PAESE" - BONECHI EDITORE