L'antico
centro delle "valli di Mathi"
L'antico
comune di Lanzo sorge ai piedi del Monte Buriasco (metri
540) alla confluenza del Tesso con la Stura, al centro delle tre
valli che da esso prendono il nome: è località importante fin dal
Medioevo, sede di industrie tessili e meccaniche e sito di villeggiatura
estiva.
Il
toponimo compare per la prima volta in un documento del 1159 con la
forma "de Lancio", ma lo si trova, in seguito, anche in altre
varianti (Lanzeus, Lanz, Lancionum,
Lanceum). È tradizione far derivare questo nome dalla
forma allungata, a lancia, che aveva il tettorio, ma la ricorrenza
di toponimi analoghi, anche in Francia (nella forma Lans),
rendono questa ipotesi poco accettabile. Non si conosce quale origine
abbia avugo il borgo originario, e di Lanzo ai tempi dei romani non
si hanno notizie, anche se la sua posizione eminentemente strategica
a dominio delle tre valli potrebbe far pensare a un insediamento precedente.
E noto che le valli, dopo la conquista longobarda, divennero domini
dei re Borgognoni fra il 675 e il 773 anno della discesa in italia
di Carlomagno, il quale aggregò le valli alla contea di Torino.
Nel secolo X esse subirono, insieme alla valle di Susa, le
incursioni di saraceni e ungari, la cui definitiva cacciata
si deve probabilmente ad Arduino Glabrione, marchese di Torino.
Il nipote di costui, Olderico Manfredi, ottenne, in cambio
dell'aiuto prestato all' imperatore Ottone III nella conquista
di Roma, la conferma dei suoi vasti domini, fra cui si fa cenno alle
valli di Mathi (che corrispondevano grosso modo alle attuali
valli di Lanzo).
Alla
sua morte l'autorità marchionale si trasmise alla figlia Adelaide,
la quale, nel 1047, sposò in terze nozze Oddone di Savoia,
figlio del fondatore della dinastia, portandogli in dote Torino con
i territori annessi. Intanto il potere vescovile prendeva sempre più
vigore, specialmente in seguito alle grandi dotazioni e cessioni di
proprietà che venivano effettuate alle chiese e ai monasteri. Dalla
morte della contessa Adelai de, avvenuta nel 1091, fino alla
metà del 1200, le valli di Lanzo furono soggette, direttamente
o virtualmente, ai vescovi di Torino, i quali peraltro riconoscevano
l'alta sovranità di casa Savoia.
Il primo documento in cui si fa esplicito riferimento alla località
di Lanzo è quel famoso diploma di Occimiano del 26 gennaio
1159, con cui i imperatore Federico Barbarossa confermò
al vescovo di Torino Carlo I il possesso della terra di Lanzo.
Secondo il Casalis risale allo stesso periodo la prima costruzione
del castello, che all'epoca doveva essere tenuto da alcuni castellani
in nome dei conti di Savoia, oppure del vescovo.
Secondo l'Usseglio, invece, il castello doveva essere di proprietà
di una "consortena di nobili" che ne avevano avuta investitura
dalla mensa vescovile. Dell'esistenza di questa società nobiliare
è prova anche il documento con cui Giacomo, vescovo di Torino, concesse
in beneficio ai signori di Lanzo Abbone, Romeo Giovanni e Giacomo
figlio di Bertoldo, di tenere un mercato nel paese ogni martedì riservandosene
la terza parte.
Intanto si svolsero, con alterne vicende, le lotte dei Savoia per
la riconquista del primato su Torino. Le guerre tra guelfi
e ghibellini videro schierati Torino, guelfa, e i suoi confederati
da una parte e Tommaso I di Savoia, ghibellino, dall'altra.
Quando questi morì, nel 1233, gli successe il figlio Amedeo
IV.
Assai più desideroso di pace del padre, egli concluse la pace
con Torino e i suoi alleati, Moncalieri e Pinerolo,
nel 1235: nell'accordo vi era anche una clausola con cui si
stabiliva che il vescovo conservava ogni diritto sul castello di Lanzo
di cui investì il conte di Savoia. Ma questa clausola dovette restare
lettera morta, se dieci anni più tardi i signori di Lanzo giuravano
nuovamente fedeltà al vescovo di Torino. Nello stesso anno Enzo, figlio
naturale dell'imperatore Federico II, scese in Piemonte per
sostenere la causa imperiale contro le città consociatesi nella Lega
lombarda, invece del castello di Lanzo alcuni borghesi del luogo,
di parte ghibellina, e affidò la custodia del castello al principe
Tommaso II, fratello di Amedeo IV e capostipite del
ramo dei Savoia-Acaia, come vicario imperiale.
L'abilità di Tommaso II si esplicò nel destreggiarsi fra il papa Innocenzo
IV e l'imperatore Federico II, ottenendo dal primo favori
e riconoscimenti in funzione antiimperiale, e dal secondo la concessione
di vaste signorie in Piemonte, fra le quali quella di Lanzo negli
anni 1248-49. Federico prometteva altresì di riscattare la
proprietà di Lanzo dai signori che lo detenevano in quel momento e
concedeva a Tommaso di. fortificare il luogo come meglio egli credesse.
Alla morte di Federico II (1250) riprese il sopravvento dei
guelfi, e si riaccesero le pretese del vescovo di Torino Arborio,
che si era visto spogliare di parte dei suoi domini in favore di Tommaso.
Anche
in quest'occasione il conte di Savoia ottenne l'appoggio del papa
di cui aveva sposato la nipote, Beatrice Fieschi, che ingiunse
al vescovo di accettare lo stato di cose; ottenne pure la protezione
di Guglielmo d'Olanda, creato dallo stesso papa re dei romani,
il quale lo riconobbe signore delle valli.
In seguito Tommaso fece dono del castello di Lanzo al fratello Amedeo
IV del ramo principale dei Savoia, come suo signore e sovrano, e ne
ebbe da lui l'investitura nel 1252. Quattro anni più tardi,
in seguito alla sventurata guerra contro gli astigiani in cui Tommaso
fu fatto prigioniero, Guglielmo VII del Monferrato s'impadronì
del territorio compreso fra le due Dore, che includeva anche il castello
di Lanzo. Secondo il Cibrario, dopo la caduta del marchese Guglielmo,
Lanzo sarebbe tornata ai Savoia, ma questa versione dei fatti non
è corredata da documenti.
Certo è che, nel 1296, la figlia di Amedeo V, Margherita, andava
sposa a Giovanni marchese del Monferrato il quale le faceva donazione
di un'ipoteca di lire trentamila sui castelli di Lanzo, Ciriè
e Caselle.
Il marchesato
di Margherita
Alla morte del marchese, avvenuta nel 1305, Margherita,
che non aveva eredi, si trovò signora di un piccolo stato del quale
aveva anche la giurisdizione e il governo, e che affidò in gran parte
al padre Amedeo V.
Intanto, in attesa di Teodoro Paleologo, successore del marchese
mandato a chiamare da Costantinopoli, nuove guerre si accesero:
Filippo d'Acaia occupò le terre della Stura e le basse valli dominio
dei Baratonia, non giungendo però fino a Lanzo. Il 14 marzo 1305
il consiglio del Monferrato, presieduto da Manfredo di Saluzzo,
assegnò a Margherita le castellanie di Lanzo, Ciriè e Caselle, riservando
il diritto di riscattarle mediante il pagamento delle trentamila lire
donate e da quel giorno la marchesa prese a considerarsi come la sola
e vera signora del luogo.
A questo punto il vescovo di Torino Tedisio cercò di rivendicare
gli antichi diritti, lanciando un interdetto su Lanzo e i suoi abitanti.
La contesa fu composta nel 1309 tramite un accordo con cui
il vescovo cedeva i suoi diritti temporali su Lanzo e valli, ricevendone
in cambio le decime delle parrocchie di Lanzo, Usseglio,
Ala e altri paesi.
Nel 1313 fu convenuto tra Filippo d' Acaia e Amedeo V di Savoia
che, mentre Lanzo doveva restare dominio del ramo principale
della casa, Viù con la sua valle sarebbe stata possesso degli
Acaia i quali, in seguito, cedettero quelle terre mediante compenso
ad Amedeo VI. Nel 1347 durante l'imperversare in Piemonte della
guerra fra i Savoia, gli Acaia, il Monferrato, Saluzzo
e Milano, il castello di Lanzo si dotò di nuove armi di difesa:
a questo riguardo fu la stessa Margherita che, preoccupata
per l'integrità del suo piccolo dominio, ordinò per la fortezza di
Lanzo quattro piccoli cannoni atti a lanciare sassi o palle di
piombo. Questi "schioppi", fabbricati da tal Ugolino di Chatillon,
furono tra le prime armi a polvere prodotte in Piemonte. Ai mali della
guerra che si combatteva a poca distanza da Lanzo, si aggiunse presto
la pestilenza che negli anni 1348-49 devastò non solo
il Piemonte ma tutta l'Italia e l'Europa. Il lungo strascico di questo
flagello è testimoniato dai conti della castellania ancora parecchi
anni dopo, con la diminuzione di redditi seguita alla forte moda della
popolazione.
Gli
statuti e la castellania
La marchesa Margherita è passata alla storia per i suoi statuti, ossia
la carta con cui concesse agli abitanti di Lanzo una serie di libertà
e franchigie concernenti il diritto di proprietà e il commercio, molto
avanzate rispetto a quelle vigenti in altri comuni del Piemonte. Alla
morte di Margherita, avvenuta nel 1349, Amedeo VI, dichiarando
d'imitar l'esempio dell'avo e della zia, confermò le franchigie contenute
nella carta. Come tutti gli statuti dell'epoca, essi contengono una
parte finanziaria, una giuridica (legislazione civile e penale) e
una parte riguardante le procedure civile e penale. Fra i privilegi
previsti per gli abitanti della castellania ci fu la "credenza",
ossia il riconoscimento del consiglio comunale quale organo competente
a promulgare ordini esecutivi, estensibili a tutta la castellania
qualora non offendessero le consuetudini locali.
Inoltre i lanzesi erano esonerati dal prestar servizio nelle guerre
al di là dei monti, mentre erano obbligati a servire il conte di Savoia
quando si trattava di difendere lo stato, e per un solo mese se la
guerra era offensiva.
Nel suo "Studio storico", l'Usseglio riferisce
che il conte non poteva imporre taglia agli abitanti di Lanzo, i quali
potevano ereditare per testamento, senza restrizioni e secondo il
diritto comune; essi potevano altresì vendere, donare, permutare,
ipotecare i beni che avevano avuto in enfiteasi dai Savoia, senza
pagare la tassa chiamata "lande-mio".
Molto
diversi erano invece i doveri e i diritti degli abitanti che 'vivevano
fuori dal centro della castellania. Essi erano tenuti a pagare la
taglia e una tassa personale (denominata "fodro"),
non potevano succedere fra ascendenti e discendenti; erano obbligati
a prestar servizio personale per il miglioramento delle fortificazioni
del castello di Lanzo, nonché a fare a turno la guardia notturna al
medesimo. Da questa diversità di trattamento nacquero spesso contese
e discordie fra valligiani e lanzesi.
I
conti di Savoia avevano il dominio diretto della castellania, che
governavano per mezzo di un castellano a Lanzo, e di un podestà a
Lemie che, con Forno ed Usseglio, faceva parte
della stessa castellania. Le
attribuzioni del castellano erano molteplici: egli provvedeva alla
riscossione delle entrate appartenenti al conte (che consistevano
nella devoluzioe di beni, in censi annni percepiti in natura o in
denaro, nei "laudemi" e nel "fodro",
e in vari diritti, come per esempio quelli sulla macellazione, sul
pascolo per le bestie forestiere, sulle miniere, sulla caccia, sulle
macine e nei fitti delle alpi, nonché nelle pene pecuniarie), e all'
amministrazione della giustizia, cosa che poteva fare sia da solo
sia con il consiglio dei savi, ovvero per mezzo del giudice, a seconda
dei casi.
Tale
amministrazione migliorò con gli statuti in quanto essi ponevano un
freno agli abusi dei castellani.
Le lotte
tra i Savoia e gli Acaia
A metà del secolo XIV si riacutizzarono le lotte fra i Savoia
e il ramo degli Acaia: Amedeo VI assediò Balangero
che era fedele a Jacopo d'Acaia e mandò 41 prigionieri nel
castello di Lanzo; qualche anno dopo questo episodio, nel 1361,
in occasione della guerra scoppiata fra i Savoia e i marchesi del
Monferrato, il Conte Verde fu nuovamente a Lanzo per
difenderla dagli attacchi di una compagnia di ventura spalleggiata
dagli stessi marchesi. Lanzo fu saccheggiata e il suo castello
accerchiato, mentre il conte, con la nobiltà che l'accompagnava, dovette
pagare un forte riscatto per aver salva la vita e riacquistare la
libertà. Solo nel 1418, alla morte dell'ultimo principe del
ramo degli Acaia, il duca di Savoia riprese il dominio sull'antico
territorio, cui da allora si diede il nome di terra vetus.
Delle
guerre condotte da Amedeo VIII contro i Visconti e poi
contro i marchesi del Monferrato, Lanzo non risentì:
si trova tuttavia traccia di quest'ultimo avvenimento perché, oltre
al fatto che il comune dovette concedere un dono per sostenere l'esercito,
un lanzese, tal Giovanni Archatore, "stava per lancia nell'esercito
che mosse contro Monferrato". Sotto il dominio di Amedeo VIII,
il borgo di Lanzo fu colpito tre volte da epidemie di peste: i documenti
testimoniano che a quel tempo esisteva in paese un ospedale.
La dominazione francese
Nel Cinquecento, nell'ambito della lunga lotta tra Francesco I
e Carlo V, il Piemonte fu dilaniato dalle scorrerie degli eserciti
francese e spagnolo. Il conte di Savoia Carlo III, stretto dalle armi
dei contendenti che occuparono lo stato e pressato dal bisogno di
denaro, vendette la castellania di Lanzo al suo creditore Giacomo
de' Medici, il quale fece fortificare il castello e, abbattuta
la chiesa parrocchiale, compì diverse altre opere di pubblico interesse.
Intanto i francesi occupavano le vallate e giunsero a Lanzo nel 1543:
ovunque i valligiani dovettero giurare fedeltà al monarca francese.
Con la pace di Crépy (1544), i francesi sgomberarono i territori
occupati e a Lanzo tornò il de' Medici, il quale però vi rimase
soltanto due anni, avendo gli abitanti della valle, che non lo avevano
mai visto di buon occhio, pagato un riscatto in cambio di poche concessioni
e della promessa sovrana che la castellania non sarebbe più stata
venduta a feudatari. Al suo posto il duca di Savoia mandò come castellano
Giacomo Provana.
Alla ripresa della lotta tra Francia e Spagna, nel 1551
il borgo di Lanzo, che era considerato una delle fortezze più
importanti del Piemonte, fu subito assalito ed espugnato. In
un secondo momento il castello fu bombardato dal Brissac, che aveva
fatto issare alcuni pezzi di artiglieria sul Mombasso: ben presto
fu innalzata la bandiera bianca e il Provana cedette la fortezza
ai vincitori.
Durante la dominazione francese che ne seguì la popolazione delle
valli fu sottoposta ad avvilenti spoliazioni e taglieggiamenti per
provvedere uomini, armi e denaro al maresciallo Brissac che continuava
la guerra contro gli spagnoli. Inoltre il castellano francese, De
Connaz, volle che si radesse al suolo il castello, temendo che
una volta restaurato esso potesse servire di difesa al borgo e alle
altre valli. La distruzione fu attuata fra il 1556 e il 1557.
Due anni dopo Emanuele Filiberto otteneva con la pace di Cateau-Cambrésis
di riprendere possesso dei suoi territori.
La restaurazione dello stato sabaudo
e gli estensi
Una volta partiti i francesi, il duca si adoperò per riordinare i
suoi stati, introducendo varie riforme. Fra le altre egli operò un
cambiamento delle antiche circoscrizioni, unendo Lanzo alla provincia
d'Ivrea, di cui era prefetto Aleramo Provana.
Per
ristabilire le finanze dissestate, Emanuele Filiberto ricorse
a un aumento del prezzo del sale per gli abitanti della castellanie
i quali accettarono tale aumento. In un secondo tempo, quando si decise
di imporre loro una tassa di duecentomila scudi annui per rimettere
in piedi l'esercito, i lanzesi insorsero esponendo al principe le
gravi condizioni in cui versava l'economia della valle già povera
di per sé, e supplicandolo di limitare le imposte alla tassa sul sale.
Ma, secondo il racconto dell'Usseglio, appreso che Avigliana si era
accordata con il duca su questo punto, accettarono la nuova imposta,
ottenendo però in cambio una serie di condizioni: la conferma di tutti
i loro antichi privilegi, la fissazione del prezzo del sale e, soprattutto,
il distacco dalla prefettura d'Ivrea. Inoltre il duca promise che
la tassa si sarebbe pagata solo per sette anni, ma essa fu consolidata,
malgrado le reiterate richieste dei valligiani perché fosse sospesa
l'esazione o diminuita la cifra. Nel 1577 Emanuele Filiberto
concesse Lanzo con il castello e le altre terre della valle,
escluse Lemie e Usseglio, al genero, Filippo d'Este,
in cambio della signoria di Crevacuore, che gli era stata data
precedentemente quale dote della figlia naturale Moana, e ciò malgrado
le proteste dei lanzesi che rivendicarono in quella occasione la promessa
fatta loro da Carlo III.
Lanzo, eretta a marchesato, perdette così la sua autonomia
di terra direttamente dipendente dai Savoia e sulla vecchia torre
del comune furono poste le anni dei nuovi signori.
Per gli estensi Lanzo non era tanto uno stato da governare,
quanto un podere da sfruittare: essi non vi presero mai residenza
e nessun rapporto o legame che non fosse quello puramente economico
li legò mai agli abitanti delle valli.
La loro politica portò però a una graduale perdita d'importanza del
comune rispetto alle valli. Fra i diversi provvedimenti che essi presero
in tal senso basta ricordare quel contratto stipulato nel
1621 da Sigismondo, succeduto al padre Filippo,
con i comuni delle valli in cui, fra le numerose concessioni fatte,
questi ottennero di essere esentati dalla giurisdizione dei giudici
ordinari di Lanzo e del viceauditore, mentre a rendere giustizia vennero
deputati due castellani, uno a Coassolo e uno a Ceres.
Inoltre agli abitanti delle valli fu riconosciuto di non pagare più
pedaggi o altre imposizioni, e fu accordato il permesso di costruire
una strada per arrivare al Ponte del Roc, senza passare per
Lanzo.
Alla
morte di Sigismondo d'Este (1628) gli successe il figlio Filippo
Francesco il quale sposò Margherita, figlia naturale del
duca Carlo Emanuele I.
La nuova marchesa di Lanzo portò in dote il marchesato di Dronero;
dalla loro unione nacquero Sigismondo, che successe al padre come
marchese di Lanzo nel 1653, e Carlo Filiberto che ereditò Dronero;
dalla loro unione nacquero Sigismondo, che successe al padre come
marchese di Lanzo nel 1653, e Carlo Filiberto che ereditò Dronero.
Sigismondo fu spogliato del titolo di marchese di Lanzo da Vittorio
Amedeo II; egli sposò Maria Teresa Grimaldi ed ebbe
molti figli; la sua lunga vita terminò a Parma nel 1732. L'editto
con cui Vittorio Amedeo lI dichiarò nulle le investiture e le concessioni
di feudi fatte a titolo gratuito
e stabili per certi feudi il diritto di riscatto è del 1720.
Esso prevedeva un effetto retroattivo della legge: il fisco rivendicò
quindi diritti sul feudo di Lanzo e, poiché il marchese Sigismondo
riluttava a sottomettersi a tale editto, una sentenza camerale del
24 luglio 1723 gli ingiunse di dismettere il feudo mediante
un 'indennità. In seguito alla sentenza si ordinò la riduzione del
feudo a mano regia, cosa che si attuò nel settembre dello stesso anno.
Il primo luglio del 1725, il feudo fu acquistato dal conte
Giuseppe Ottaviano Cacherano Osasco della Rocca, il
quale ne fu investito di lì a poco. Alla morte del conte, avvenuta
nel 1773, esso fu ereditato per testamento dal suo cugino Giovanni
Giuseppe Cacherano di Revigliasco, e infine, estintosi anche questi
nel 1792, senza eredi, il feudo fu ridotto nuovamente a mano
regia. Durante il Sei e il Settecento la storia di Lanzo non ha particolari
episodi da ricordare, se non il fatto che gli abitanti furono più
volte sottoposti ad aggravi fiscali per sostenere le guerre
contro la Francia. I francesi del resto, sebbene minacciassero l'invasione,
furono tenuti sempre lontani dalle valli e di alcune loro incursioni
avvenute più volte nell'anno 1705 vi è notizia solo in una cronaca
dei Cappuccini.
Dalla
rivoluzione francese ai giorni nostri
Con la Rivoluzione francese anche Lanzo e le sue valli furono scosse
dal fremito della libertà e dell'uguaglianza. Tornarono gli eserciti
invasori. Se i primi fatti d'arme lungo la frontiera furono episodi
di poca importanza, quando, nel 1796, giunse l'esercito guidato
dal Bonaparte, la vittoria sul Piemonte fu invece inevitabile.
Nel 1798 Carlo Emanuele IV, succeduto a Vittorio Amedeo
III, decise di abbandonare Torino per la Sardegna, lasciando libero
campo agli invasori. In tutti i comuni del Piemonte si innalzavano alberi
della libertà e anche Lanzo ebbe il suo. Durante l'occupazione austro-russa
del Suvarow a Lanzo fu mandato un cospicuo distaccamento che vi
rimase fra il 1799 e il 1800. Quando poi, dopo Marengo,
il Piemonte ritornò sotto il dominio francese per restarvi fino al 1814,
Lanzo divenne dapprima capolugo di arrondissement, e in un secondo
momento fu ridotto a capo distretto. La trasformazione di Lanzo
da centro agricolo a cittadina di richiamo turistico per i torinesi
è della seconda metà dell'Ottocento, quando eleganti residenze
di villeggiatura iniziarono a sorgere nei suoi dintorni.
Nel 1876 fu inaugurata la ferrovia che metteva in collegamento
Ciriè e Lanzo con Torino e all'incirca alla stessa
epoca, furonono piantate le prime industrie tessili che diedero
lavoro a centinaia di operai, richiamati da tutte le valli. La maggiore
crescita di popolazione si è verificata a cavallo fra Otto e Novecento,
quando gli abitanti passarono dai 2625 del 1871 a 4759
del 1931.
L'arte
La storica cittadina ha mantenuto in parte il suo impianto medioevale,
formata com'è, nel suo antico centro, da strette e tortuose viuzze (le
"chintane"), talvolta sormontate da archi, ovvero da volte
che sembrano fare corpo con le costruzioni laterali. Arrivando da Torino
si attraversa il torrente Tesso con un ponte a un solo arco iniziato
nel 1823 su disegno dell'architetto Mosca.
In prossimità del ponte si trova la Chiesa di Santa Croce. Edificata
nel XVII secolo e più volte rimaneggiata, essa reca sulle pareti
esterne fregi in cotto e tracce di affreschi. Proseguendo sulla strada
che dal ponte conduce all'antico borgo, si giunge alla Torre che
sovrasta il centro storico e ospita la campana del comune: non si
conosce la data di costruzione, ma sembra che esistesse già nel 1272.
È probabile che essa fosse originariamente inglobata nelle antiche mura
fortificate che cingevano il borgo e di cui costituiva un accesso.
La sommità della torre è attualmente ricoperta da un tetto che impedisce
la vista dei suoi merli. La prima torre ingloba la Porta di Aimone
di Challant, che immette nella via San Giovanni Bosco. Ivi
sono presenti diversi edifici di interesse storico: uno di essi ospita
la Biblioteca civica e l'Archivio storico. Al numero 28 sorge l'Ospedale
mauriziano, fondato nel 1769 dal marchese e modificato nel
corso dell'Ottocento dall'architetto Carlo Bernardo Mosca.
In
piazza Albert, dove un tempo sorgeva il castello, si trovano da un lato
la chiesa parrocchiale, e dall'altro il Collegio salesiano. La
vecchia chiesa parrocchiale di Lanzo fu fatta abbattere, come si è detto,
da Giacomo de' Medici nel 1543, al suo posto fu utilizzata la
Chiesa di Santa Maria, che fu rovinata da un incendio nel 1565.
Quando il castello fu demolito dalle fondamenta, una seconda parrocchiale
fu costruita sul sito stesso della precedente e venne inaugurata al
pubblico nel 1591. All'inizio dell'Ottocento si decise di sostituire
questa chiesa con un'altra più ampia ed elegante.
L'attuale Parrocchiale di San Pietro in Vincoli fu edificata
grazie alle offerte dei fedeli e grazie all'opera gratuita degli abitanti.
Al vicario Francesco Togna si deve la grandiosa canonica, mentre il
vicario Albert si occupò dell'ampliamento del tempio e della costruzione
della facciata. Il campanile fu fatto costruire alla fine del secolo
dal vicario Tresso.
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Nella
chiesa è conservato un quadro, di proprietà del Municipio, raffigurante
San Francesco stimmatizzato, opera di Carlo Saraceni detto il Veneziano.
La tela fu eseguita a Roma per conto di Bartolomeo Bonesio,
celebre lanzese che fu cameriere segreto di Papa Clemente VIII
e che, tornato nelle sue valli nel 1605 fece opera di beneficenza
ai suoi compaesani, donando, fra l'altro, il dipinto ai padri cappuccini.
L'antico
Ponte del Roch o del Diavolo sulla Stura unisce i fianchi
del Monte Buriasco e del Mombasso ed è assunto a simbolo
di Lanzo; anticamente vi passava la mulattiera che portava a Torino.
Il ponte, il cui ardito profilo ad arco gotico si eleva di quindici
metri sul livello del fiume, fu costruito su decisione della Credenza
di Lanzo del gennaio 1377; per poterne sostenere le spese fu
imposta una tassa sul vino che si protrasse per dieci anni. A metà
dello stretto camminamento si erge un' arcata: qui in epoca medioevale
si trovava una porta custodita da una sentinella, che veniva chiusa
in tempi di guerra e di pestilenza. Numerose sono le leggende, la
più famosa delle quali resta però quella secondo cui a costruire
il ponte in una sola notte fu il diavolo in persona, in cambio del
sacrificio di un'anima.
Sulla
strada per Coassolo si trova il Santuario della Madonna di Loreto,
fondato nel 1618 da Margherita di Savoia, figlia legittimata
del duca Carlo Emanuele I: il disegno della cappella richiama
la casa di Loreto dove avvenne il miracolo dell'apparizione,
la sua architettura risulta ornata secondo i più semplici dettami
del gusto barocco. Oltrepassato il santuario, al bivio successivo
si volta a sinistra per raggiungere il Santuario di Sant'Ignazio,
situato sulla vetta del monte Bastia (metri 931), cui si può arrivare
anche da Pessinetto per una strada più agevole. Sul sito dell'attuale
edificio, al quale si giunge percorrendo un ampio viale, esisteva
fin dal 1629 una piccola cappella dedicata al santo, ritenuto
autore di molti miracoli. Essa sorse in segno di riconoscenza per
la prodigiosa sparizione di una terribile malattia del bestiame (il
"nei-ret"), dietro esortazione del sacerdote Giovan
Battista Teppati. A collocare la prima pietra del piccolo santuario
giunse lassù, invitata da Filippo 11 signore di Lanzo, Margherita
di Savoia, duchessa di Mantova e Monferrato. L'attuale imponente edificio
fu costruito su disegno del Vittone (1725) con il concorso
degli abitanti di Mezzenile, Gisola e Tortore.
Nel santuario, insieme a diversi quadri raffiguranti Sant 'Ignazio
in pose eroiche e a varie effigi di San Carlo Borromeo, si
segnala per la sua buona fattura una tela di autore ignoto raffigurante
Il miracolo di Sant'Ignazio, che fu donata dai gesuiti nel 1657.
Con la soppressione dell'ordine avvenuta nel 1773, il santuario
passò all'arcivescovo di Torino.
Fino al 1950 esso era affidato al Convitto della Consolata
di Torino che nei mesi estivi teneva esercizi spirituali per il clero
e per il laicato. Una targa rende noto che Massimo d'Azeglio,
mandato qui dal padre, fu ospite per qualche tempo del santuario.
L'originale pianta è incentrata su un quadrato coperto da una volta
a vela.
Degni di nota sono l'altar maggiore, progettata anch'esso dal
Vittone, e quattro confessionali intagliati del Seicento. Tuttora
vi si svolgono soggiorni estivi di religiosi.
Poco prima di Lanzo per chi arriva da Balangero
inizia la strada che porta all'Eremo dei Camaldolesi sul "monte
Rorea" (metri 535).
Fondato nel 1661 dal marchese Gaspare Graneri della Rocca,
con l'originaria idea di costruirvi un cenobio benedettino, l'eremo
fu donato all'ordine camaldolese. Il complesso doveva essere composto,
nell'idea del donatore, da una chiesa e da una serie di celle che
dovevano ospitare i religiosi. Il progetto era talmente affascinante
che fu incluso in una delle tavole del "Theatrum Sabaudiae"
(in luogo dell'Eremo camaldolese ideato per iniziativa ducale sulla
collina tra Cavoretto e Revigliasco da Ascanio Vittozzi). In
realtà esso non fu mai completato e le celle furono soltanto iniziate,
mentre altre opere vennero lasciate in sospeso. Il disegno della chiesa
e di tutti gli edifici annessi fu affidato all'architetto Francesco
Lanfranchi, che lo realizzò guardando soprattutto alla simmetria:
la collina, afferma il Cavallari Murat, fu "tutta rimodellata
geometricamente secondo un ideale classicistico e antinaturalistico",
in cui la posizione di ogni singola costruzione veniva ad assumere
un valore simbolico. La pianta della chiesa, originariamente a croce
greca, fu modificata in croce latina da Benedetto Alfieri nel 1751;
nel rifare il Sancta Sanctorum e il coro si poté altresì aggiungere,
nel 1762, un altare, su idea di Nicolis di Robilant. Le decorazioni
della facciata e dell'interno sono opera degli stuccatori Antonio
e Francesco luganesi Avanzini, attivi nella seconda metà del Seicento.
La facciata presenta tre ordini: il primo è semplice, in stile
dorico toscano, il secondo è ornato da lesene che terminano
in capitelli a dadi con rosoni, e il terzo ha lesene più brevi
alla cui sommità sono teste di cherubini dalle ali ripiegate
all' indietro e sovrapposte. All'interno si conserva una tela di Giovanni
Francesco Sacchetti dal titolo I santi Romualdo e Bonifacio, dipinta
fra il 1663 e il 1675.
Dal momento della soppressione dell'ordine (1836), l'eremo
subì una lunga serie di passaggi di proprietà fino a quando, nel 1918,
fu acquistato dalla Croce Rossa, che ne fece un cronicario
per i reduci di guerra.