Corio
Ponte Picca
Provincia di Torino
Abitanti 3029
Superficie kmq 41,39
Altitudine m 625

Denominazione abitanti:
Coriesì

Festa patronale:
Sant'Anna, San Genesio

Distanza da Torino:
km 42

Frazioni e località
Benne, Cudine, Piano Audi (o Pian d'Audi), Ritornato, San Pietro, Trinità, Grotte

Comuni limitrofi

Coassolo Torinese, Balangero

La storia di "Villa Curiae"
Centro dell'alto Canavese, incastonato tra monti che raggiungono i 2168 metri della cima dell'Angiolino, Corio domina la Valle del Malone, lambito a sud dal torrente Fandaglia.
Il suo territorio è costituito da un capoluogo e da numerose frazioni, baite e casolari sparsi, dai caratteristici muri in pietra e tetti spioventi in lose, che si allargano a ventaglio lungo le pendici del contrafforte montuoso.

Il toponimo, secondo la tesi dell'Olivierì (1965), deriva dal personale latino Coriust non attendibile, seppure poetica, la provenienza da cor (che in latino significa cuore) che, tuttavia, trova seontro nello Un primo im insediamenti sentato da studiosi cel no di fronte stemma del comune.

Un primo importante reperto relativo a insediamenti umani sul luogo è rappresentato da una scultura, ritenuta dagli studiosi celto-romana, raffigurante Giano Bifronte.
La testa a due facce, una glabra e una barbuta, rinvenuta presso la frazione di Piano Audi e oggi conservata presso il Museo Civico di Ivrea, e stata descritta, a livello storico, quale "documento dell'inizio d'una collaborazione" tra indigeni presenti ormai tempo sulla testata della pianura Padana e i colonizzatori romani. Fra l'altro si è ipotizzato che tale scultura, dal valore stilistico plastico non indifferente, potesse testimoniare l'avvenuto innesto della rete viaria alpina celtica e ligure imperiale romana: posta a protezione in quella consolare e Giano era la divinità delle porte (Janus).

Corio appartenne ai marchesi di Ferrato dal 1164, secondo quanto afferma il Casalis, per investitura dell'imperatore Federico I.
La sua vicenda storica, strettamente collegata a quella di Rocca, il potente baluardo difensivo posto all'imbocco della valle del Malone, deve essere inserita nel quadro più generale delle lotte per il predominio territoriale in Piemonte che vide antagonisti, da un lato, i conti di Savoia e i principi d'Acaia (sovente in conflitto tra di loro) e dall'altra i marchesi monferrini, validamente sostenuti dai loro feudatari quali i Valperga di Rivara e i Biandrate e di San Giorgio, che condivisero fino al Quattrocento i diritti feudali sul paese.

Il territorio di Villa Curiae (così è riportato il nome della località in un documento trecentesco) fu conquistato nel 1307 dagli Acaia, fu ripreso dai Monferrato, che furono riconfermati nel possesso del luogo nel 1355 dall'imperatore Carlo IV, fu nuovamente rivendicato dai Savoia nel 1361 (la guerra si protrasse fino al 1389), riconquistato dagli Acaia nel 1395. In questo periodo di grande conflittualità si inserì la rivolta contadina, conosciuta con il nome di tuchinaggio, che percorse il Canavese nella seconda metà del Trecento e che fu stroncata nel sangue da Amedeo VII di Savoia, il conte rosso. Due opposte valutazioni vengono attribuite dagli storici a questo fenomeno: alcuni lo interpretarono come espressione di una rivolta popolare spontanea contro l'oppressione nobiliare e nella quale il popolo fu protagonista, altri lo intendono un fatto ispirato dai marchesi di Monferrato, dai Biandrate e dai Valperga in odio ai Savoia. La sommossa a Corio sfociò nel 1388 nella concessione degli statuti da parte della feudalità; nel contempo il paese appoggiò lealmente la fazione monferrina dando asilo ai tuchini e partecipando anche ad azioni belliche, come nel maggio del 1387 quando i coriesi appoggiarono il marchese Teodoro di Monferrato nella sua puntata su Balangero e Mathi.

Ulteriore conferma della partecipazione di Corio al tuchinaggio viene offerta da un documento, sempre nel 1387, nel quale il castellano di Cogne, d'ordine del vescovo di Aosta, feudatario del luogo, vietava al popolo di concedere qualsiasi aiuto o di intrattenere qualsiasi transazione commerciale con i coriesi. All'inizio del Quattrocento insorsero gravi discordie tra i Biandrate e i Valperga per il possesso di Corio; la controversia fu sanata dal marchese Gian Giacomo di Monferrato che attribuì Rocca e Corio ai Biandrate che le de-tennero fino alla fine del Settecento. Durante le guerre per la successione del Monferrato Cono fu più volte occupata dai Savoia e nel 1626, insieme a Rocca, fu saccheggiata dalle milizie lorenesi alleate del duca Carlo Emanuele I.
Al saccheggio seguì la peste.
Gli infetti vennero allontanati e alloggiati in capanne di frasche, le "benè", fuori dal paese. L'amena frazione di Benne origina da quell'antico villaggio di appestati. Il trattato di Cherasco (1631) destinò definitivamente Corio al ducato sabaudo. Nel 1798 i coriesi, che avevano in un primo tempo inneggiato ai francesi liberatori alzando in piazza l'albero della libertà, iniziarono contro di loro una dura guerriglia e li obbligarono a ritirarsi dalla valle. Ancora oggi alcune località e frazioni ricordano quegli avvenimenti: Case Brancot rammentano il luogo dove alcuni francesi furono catturati, Case Picat quello dove furono impiccati, Ritornato indica il sito dove i francesi, di ritorno, lasciarono un presidio.

Gli edifici religiosi
Il capoluogo è compreso in un quadrilatero al centro del quale è situata la piazza della chiesa, dominata da due interessanti edifici religiosi: la Parrocchiale, dedicata a San Genesio e Sant'Anna e la Chiesa della Confraternita di Santa Croce.
La Parrocchiale di San Genesio e Sant'Anna, opera dell'ingegnere Vittorio Ferrero Sevalle, fu costruita tra il 1744 e il 1749 nello stesso sito della antica parrocchia edificata nel 1332 e demolita nel 1742 perché non più adeguata alle esigenze della popolazione. La chiesa, in stile barocco piemontese, ha la facciata in cotto alleggerita da archi appena accennati e da eleganti colonne. Nel timpano è posto un cuore in marmo e una data: 1744.

L'interno, a una navata con due cappelle per lato, è riccamente decorata con gli affreschi del pittore bolognese Giovanni Battista Alberoni. Notevole è la raffigurazione del Trionfo della Croce, posto nell'abside dietro l'altare. Di rilievo anche il battistero ligneo che rappresenta Gesù che riceve il Battesimo da San Giovanni.
Uscendo dalla chiesa, sulla sinistra della piazza dal bel selciato squadrato a mano, si osserva la facciata - un tempo ricoperta di affreschi dei quali permane ora qualche labile traccia - della Chiesa della Confraternita di Santa Croce, nata come Oratorio della Confraternita dei Disciplinanti di Santa Croce, iniziata nel 1715 e terminata nel 1731.
L'edificio è in stato di degrado, nonostante i volenterosi interventi di una parte dei cittadini che si adoperano per il suo recupero. All'interno gli altari laterali in gesso e legno dipinti a imitazione del marmo con la tecnica del trompe i 'cdl sono molto deteriorati, meno rovinato l'altare centrale costruito con la stessa tecnica. Tra i pochi arredi rimasti si rileva il coro ligneo posto nell'abside dietro l'altare; nella cantoira è collocato invece il gioiello della chiesa: un organo decorato con motivi floreali, attribuito al Concone, famoso organista del Settecento.

L'economia si basa principalmente sul turismo e sull'industria.
A causa dello spopolamento della montagna l'attività agricola si è molto ridotta ed è limitata per lo più ai fabbisogni familiari; si esportano ancora granoturco e castagne. Molte attività artigianali, come la tessitura, sono ormai scomparse da tempo, mentre è ancora fiorente la lavorazione del legno.
Sulla sponda sinistra del Malone, in frazione Crotte, si raggruppano una decina di piccole e medie industrie, modernamente attrezzate, che operano nel campo della lavorazione dei metalli in particolare fucinatura e stampaggio dell'acciaio.
'te la costruzione, a cento, della piccola ttti situata all'inizio pella, dal caratteristico tetto danneggiata forse in modo irrimediabile.

L'affresco è sulla facciata quasi illeggibile, all'interno l'affresco absidale, opera del monaco novalicense Giovanni Oldrado Perini, che lo dipinse nel 1587, rappresenta la Madonna con il Bambino. Il dipinto, esposto alle incurie del tempo e degli uomini, è molto degradato e rischia di scomparire. Giovanni Oldrado Perini, o Perino, della Novalesa, della seconda metà del Cinquecento portò un discreto contributo all'arte "rustica" minore tra le valli di Lanzo e il Canavese. Come ha scritto il critico Aldo Audisio, il Perini va collocato in quella vasta rappresentanza di artisti, molti dei quali anonimi, "che con schematizzazioni e deformazioni attinte dall'arte gotica crearono, particolarmente nella regione alpina piemontese, una tendenza conservatrice nei secoli successivi che trovò facile sbocco in quella pittura che potremo definire popolare".

L'affresco della Cappella dei battuti si collega allo schema iconografico abbastanza diffuso della Madonna della Misericordia. La Vergine con il Bambino con il suo manto sorretto da due angeli, il gruppo dei confratelli inginocchiati, committenti dell'opera.

La composizione presenta un carattere popolare, specialmente nelle figure laterali di San Pietro e di San Genesio che suonano uno strumento a corda. L'insieme dei confratelli "battuti" forma comunque un "brano interessante": due soli hanno il viso scoperto, gli altri, annota Aldo Moretto, "sono enigmatici in quei panni bianchi che ricadono sul davanti, mossi da lunghe pieghe"; fra i medesimi penitenti, inoltre, uno si sta flagellando e il sangue scorre sulla veste candida. Un secondo affresco venne eseguito, ancora da Perino della Novalesa, all'esterno della medesima cappella, sull' entrata; si tratta di una tAnnunciazione: le figure dell'Angelo e della Vergine inginocchiata furono rappresentate su uno sfondo di campagna. Si tratta, in ultima analisi, di composizioni che ben si inseriscono nella vasta e omogenea produzione di Aldrado Perino, una produzione che assunse un particolare significato "quale elemento determinante di una cultura e una tradizione Locale".

Tutto il territorio di Corio è costellato di innumerevoli chiesette e cappelle votive, molte delle quali costruite nei periodi di peste, alcune curate dalla devozione dei fedeli, altre in completo stato di abbandono.

Il Ponte Picca, sul torrente Malone, è il più suggestivo. Risale, secondo la tradizione alla metà del Trecento.
Poco distante si trova una Cappella, che seppur sconciata dai vandali e dalle ingiurie del tempo, conserva ancora tracce di una antica bellezza.

A pochi passi, nascosta dalla vegetazione, sul muro di una antisi può ammirare uno stupendo affresco forse cinquecentesco, raffigurante Cristo deposto tra le braccia della Vergine. Il trecentesco Ponte dell'avvocato, è detto anche di San Giacomo (dalla cappella posta alla sua base) o delle Fucine per via di una vecchia fucina abbandonata che conserva al suo interno antichi resti dei macchinari.

Corio, oggi tradizionale meta di villeggiatura estiva per molti torinesi dell'Ottocento, come testimoniano alcune belle ville, offre oggi ai turisti una piacevole accoglienza in attrezzati alberghi e in nuove case d'abitazione.
Le feste popolari offrono uno altro spunto di attrazione turistica, in particolare le feste religiose in onore di Sant'Anna (il 26 luglio), di San Genesio (che si celebra a fine estate) e di tutti i santi patroni le borgate.

Di grande richiamo che la castagnata, che ricorre ogni nella frazio sono anan prima domenica di novembre ne Cudine, e il carnevale con la partecipazione delle tradizionali maschere: i e i "sapator" che formano la corte del "sindaco del Monte" del ''sindaco del Piano'' della festa.

Testi e immagini tratti dall'opera enciclopedica
"IL PIEMONTE PAESE PER PAESE" - BONECHI EDITORE